<img height="1" width="1" style="display:none" src="https://www.facebook.com/tr?id=1500520490268011&amp;ev=PageView&amp;noscript=1"> La crisi dell'auto tedesca Mercedes, Volkswagen. | Page 8 | Il Forum di Quattroruote

La crisi dell'auto tedesca Mercedes, Volkswagen.

Personalmente ho capito benissimo cosa vogliono i cinesi. Non sicuramente le elettriche europee che scimmiottano le loro (che sono ottime). Tutti i brand di lusso europei sono collassati quando hanno iniziato ad inseguire i cinesi sul loro territorio. Per vendere devi fare qualcosa che ancora non fanno (o non sono capaci di fare).
 
Porsche aggiunge altre 5000 persone alla lista degli esuberi che arrivano così a 8900.

Dal canto suo, la CLA elettrica è un flop totale in Cina: 624 auto in 6 mesi.
È una macchina di grandi ed indiscutibili qualità, eppure nessuno la vuole: rigetto totale del marchio tedesco.
Dov'è che l'ho già sentita questa storia? Auto eccellente vendite zero... Ah si, Giulia e Stelvio


Andare a vendere auto elettriche in Cina gia' oggi e' un disastro, ma peggiorera'....
Quando la Triade lo capira' non sara' mai troppo tardi....
Come ho detto tante volte, in Cina, solo....
Ferrari
Lambo
Triade ( se va bene, solo per la parte alta del listino )
 
Mi chiedo, se uno stabilimento fa centinaia (ma anche migliaia) di auto, come può essere convertito pari-pari per produzioni belliche? Va bene che di guerre ce ne sono in giro, ma le fabbriche belliche che fanno i mezzi già ci sono, vogliono fare migliaia di carri armati o mezzi militari come fossero automobili? Per chi?


Forse forse,
il produrre in se'
e' persino secondario.
Direi....
Soprattutto per tenere al lavoro coloro che lo perderanno
 
Personalmente ho capito benissimo cosa vogliono i cinesi. Non sicuramente le elettriche europee che scimmiottano le loro (che sono ottime). Tutti i brand di lusso europei sono collassati quando hanno iniziato ad inseguire i cinesi sul loro territorio. Per vendere devi fare qualcosa che ancora non fanno (o non sono capaci di fare).
Non credo che tu abbia capito bene la situazione in Cina. Non vogliono più le occidentali, punto. Non c'è salvezza nel pistone, che fra l'altro è in declino costante se non è accompagnato da un motore elettrico e una grossa batteria. Ormai quella delle tedesche (e non solo) che facevano il bello eil cattivo tempo è storia passata indipendentemente dal tipo di propulsione
 
Porsche aggiunge altre 5000 persone alla lista degli esuberi che arrivano così a 8900.

Dal canto suo, la CLA elettrica è un flop totale in Cina: 624 auto in 6 mesi.
È una macchina di grandi ed indiscutibili qualità, eppure nessuno la vuole: rigetto totale del marchio tedesco.
Dov'è che l'ho già sentita questa storia? Auto eccellente vendite zero... Ah si, Giulia e Stelvio
Non che la CLA classica faccia sfaceli (ma tutta Benz in generale). Ad Aprile tutte le CLA avevano venduto 1000 auto, di cui 431 EV
 
Si ma qui parliamo di poco più di 600 auto in 6 mesi, in un metcato che nello stesso periodo ha fatto (più o meno) 8 milioni. Roba da Maybach
ma è il modello in generale che non vende, indipendentemente da dove fai rifornimento, se alla colonnina o al benzinaio.
Evidentemente per il cliente medio cinese la CLA (la cui linea non è una rivoluzione rispetto alla precedente) non rappresenta il meglio del mercato. E non vende.
 
ma è il modello in generale che non vende, indipendentemente da dove fai rifornimento, se alla colonnina o al benzinaio.
Evidentemente per il cliente medio cinese la CLA (la cui linea non è una rivoluzione rispetto alla precedente) non rappresenta il meglio del mercato. E non vende.
Non è un problema linea, o meglio potrebbe anche essere una concausa nel caso specifico, ma non è questo il punto. Lo scorso mese le vendite della triade sono calate fra il 30% e il 20% rispetto a mesi precedenti che già di loro erano andati molto male. Non è facendo le macchine termiche e belle che i tedeschi risolvono il problema (anche perché bello per i cinesi è un altro concetto rispetto al nostro). Sembra proprio che siano entrati in modalità Alfa o Jaguar: fiaschi a prescindere
 
Anche noi nel 1986 eravamo testa a testa coi giapponesi per la produzione e vendita di moto. Quando su una epoca cala il sipario il meglio che si possa fare e rassegnarsi….
C'è un po' di differenza visto che a prescindere dai numeri con le moto siamo sempre stati al top comunque, affidabilità a parte (specialmente per qualcuno) e lo siamo tutt'ora pur non avendo realtà come una honda e con i costi che purtroppo abbiamo in ue...(poi succedono i crack come ktm ma quello è un altro discorso che non c'entra ne con il prodotto ne con i prezzi).
con le auto ci stiamo riducendo a fare qualche modello tipo ducati superleggera V4 e per il resto roba assimilabile a degli sputer che oltretutto sono anche costosi, mentre tutto quello che c'è in mezzo basta guardare come siamo messi e dove andiamo soprattutto.
E le "epoche" qui c'entrano poco
 
PUNTI DI VISTA di GIAN LUCA PELLEGRINI (Fonte QR giugno 2026)

I tedeschi si preoccupano dell'espansionismo dei cinesi, che vorrebbero prendersi alcuni degli stabilimenti simbolo del modello industriale renano. È il beffardo contrappasso per aver esportato conoscenze e tecnologie.

PECHINO VICINO ALL'EUROPA

La Bild, quotidiano popolare per eccellenza, chiede ai propri lettori – dopo che la BYD ha manifestato interesse per la fabbrica Volkswagen di Dresda – se debbano essere proprio «i comunisti cinesi» a salvare le Case nazionali. È una formula costruita per colpire due nervi scoperti della Germania contemporanea:
  • Da un lato: l'ascesa di un'Asia non più confinata al ruolo di officina del mondo, ma ormai capace di contendere all'Europa il primato industriale;
  • Dall'altro: il declino di una manifattura che arretra proprio nei territori simbolici della propria grandezza storica.
Eppure, al netto del riflesso populista, quella domanda contiene una verità difficilmente contestabile: dopo trent'anni di integrazione con Pechino celebrata come paradigma di globalizzazione virtuosa, il capitalismo renano si ritrova nella posizione paradossale di dover negoziare con la Cina il destino di luoghi che più di ogni altro avevano incarnato la potenza industriale della Germania del dopoguerra.

IL RISCHIO DI TRASFERIRE INTELLIGENZA

Per comprendere come si sia giunti a questo beffardo contrappasso occorre risalire all'equilibrio illusorio sul quale l'industria tedesca ha poggiato per almeno tre decenni. Berlino ha coltivato la convinzione di poter fondare una crescita pressoché infinita coniugando elementi disomogenei:
  1. Una manifattura ad alta intensità di capitale radicata nel territorio nazionale.
  2. Una filiera progressivamente delocalizzata verso est.
  3. Una dipendenza energetica costruita sul gas russo a basso costo.
  4. Sopra ogni cosa, un mercato di sbocco – quello cinese – capace di assorbire con altissimi margini milioni di Audi, BMW, Porsche e Mercedes.
Era un equilibrio che presupponeva la permanenza simultanea di tutte le sue condizioni esterne: nel momento in cui due di esse sono venute meno – la prima travolta dall'aggressionerussa all'Ucraina, la seconda erosa dalla maturazione industriale dei costruttori cinesi e dalla loro capacità di trattenere in patria la domanda interna – la fragilità dell'intero sistema è emersa con violenza.
Viene dunque alla luce l'arroganza intellettuale che ha guidato le scelte dei tedeschi, convinti che la divisione dei ruoli sancita oltre trent'anni fa – alla Cina la manifattura a basso costo, all'Europa il progetto, il marchio, la tecnologia, il valore aggiunto – sarebbe rimasta immutata nel tempo. Era una narrazione rassicurante, fondata su una premessa fragile: l'idea che la conoscenza industriale potesse essere separata dalla produzione materiale, custodita nei centri stile e negli uffici di progettazione europei mentre la fabbrica migrava altrove.
È accaduto il contrario, perché la fabbrica non produce soltanto beni: produce competenze, sedimenta esperienza, genera capacità di innovazione incrementale; il sapere industriale nasce dal contatto fisico con il prodotto, dall'errore corretto sul campo, dalla prossimità fra chi disegna e chi assembla. Trasferendo impianti, filiere e produzione, la Germania ha traslocato anche quella forma di intelligenza tecnica che la fabbrica incorpora e rigenera ogni giorno, e che nessun ufficio di progettazione, per quanto sofisticato, è in grado di ricostituire a distanza.
La Cina ha saputo trattare quel patrimonio come un asset strategico nazionale. Lo ha assorbito, rielaborato e potenziato all'interno di un ecosistema eterodiretto dallo Stato, restituendolo oggi sotto forma di automobili che arrivano più rapidamente sul mercato, costano meno e integrano con maggiore efficacia software, architettura digitale e sistemi energetici.
Non c'è stato, in tutto questo, alcun furto: l'Occidente – più che la sola Germania – ha consegnato pezzo dopo pezzo il proprio vantaggio industriale nella convinzione di poter mantenere all'infinito il monopolio del valore aggiunto, ignorando che la manifattura, quando viene esercitata su scala globale e con disciplina strategica, finisce inevitabilmente per generare anche progetto, marchio e tecnologia.
La vera questione, allora, non è se i comunisti di mercato conquisteranno le roccaforti del costruire germanico. La questione è se l'Europa sia ancora in grado di distinguere ciò che può essere delocalizzato da ciò che costituisce il nucleo stesso della propria sovranità industriale.
 
assodato a questo punto che la gestione Tedesca non era quella giusta, lo è stata per qualche decennio ma ora gli si sta ritorcendo, quale doveva essere la strada da seguire? considerando che noi Europei non possiamo fare finta che la Cina non esista, quale sarò l'indirizzo per il futuro?
 
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