molto interessante questo editoriale.PUNTI DI VISTA di GIAN LUCA PELLEGRINI (Fonte QR giugno 2026)
I tedeschi si preoccupano dell'espansionismo dei cinesi, che vorrebbero prendersi alcuni degli stabilimenti simbolo del modello industriale renano. È il beffardo contrappasso per aver esportato conoscenze e tecnologie.
PECHINO VICINO ALL'EUROPA
La Bild, quotidiano popolare per eccellenza, chiede ai propri lettori – dopo che la BYD ha manifestato interesse per la fabbrica Volkswagen di Dresda – se debbano essere proprio «i comunisti cinesi» a salvare le Case nazionali. È una formula costruita per colpire due nervi scoperti della Germania contemporanea:
Eppure, al netto del riflesso populista, quella domanda contiene una verità difficilmente contestabile: dopo trent'anni di integrazione con Pechino celebrata come paradigma di globalizzazione virtuosa, il capitalismo renano si ritrova nella posizione paradossale di dover negoziare con la Cina il destino di luoghi che più di ogni altro avevano incarnato la potenza industriale della Germania del dopoguerra.
- Da un lato: l'ascesa di un'Asia non più confinata al ruolo di officina del mondo, ma ormai capace di contendere all'Europa il primato industriale;
- Dall'altro: il declino di una manifattura che arretra proprio nei territori simbolici della propria grandezza storica.
IL RISCHIO DI TRASFERIRE INTELLIGENZA
Per comprendere come si sia giunti a questo beffardo contrappasso occorre risalire all'equilibrio illusorio sul quale l'industria tedesca ha poggiato per almeno tre decenni. Berlino ha coltivato la convinzione di poter fondare una crescita pressoché infinita coniugando elementi disomogenei:
Era un equilibrio che presupponeva la permanenza simultanea di tutte le sue condizioni esterne: nel momento in cui due di esse sono venute meno – la prima travolta dall'aggressionerussa all'Ucraina, la seconda erosa dalla maturazione industriale dei costruttori cinesi e dalla loro capacità di trattenere in patria la domanda interna – la fragilità dell'intero sistema è emersa con violenza.
- Una manifattura ad alta intensità di capitale radicata nel territorio nazionale.
- Una filiera progressivamente delocalizzata verso est.
- Una dipendenza energetica costruita sul gas russo a basso costo.
- Sopra ogni cosa, un mercato di sbocco – quello cinese – capace di assorbire con altissimi margini milioni di Audi, BMW, Porsche e Mercedes.
Viene dunque alla luce l'arroganza intellettuale che ha guidato le scelte dei tedeschi, convinti che la divisione dei ruoli sancita oltre trent'anni fa – alla Cina la manifattura a basso costo, all'Europa il progetto, il marchio, la tecnologia, il valore aggiunto – sarebbe rimasta immutata nel tempo. Era una narrazione rassicurante, fondata su una premessa fragile: l'idea che la conoscenza industriale potesse essere separata dalla produzione materiale, custodita nei centri stile e negli uffici di progettazione europei mentre la fabbrica migrava altrove.
È accaduto il contrario, perché la fabbrica non produce soltanto beni: produce competenze, sedimenta esperienza, genera capacità di innovazione incrementale; il sapere industriale nasce dal contatto fisico con il prodotto, dall'errore corretto sul campo, dalla prossimità fra chi disegna e chi assembla. Trasferendo impianti, filiere e produzione, la Germania ha traslocato anche quella forma di intelligenza tecnica che la fabbrica incorpora e rigenera ogni giorno, e che nessun ufficio di progettazione, per quanto sofisticato, è in grado di ricostituire a distanza.
La Cina ha saputo trattare quel patrimonio come un asset strategico nazionale. Lo ha assorbito, rielaborato e potenziato all'interno di un ecosistema eterodiretto dallo Stato, restituendolo oggi sotto forma di automobili che arrivano più rapidamente sul mercato, costano meno e integrano con maggiore efficacia software, architettura digitale e sistemi energetici.
Non c'è stato, in tutto questo, alcun furto: l'Occidente – più che la sola Germania – ha consegnato pezzo dopo pezzo il proprio vantaggio industriale nella convinzione di poter mantenere all'infinito il monopolio del valore aggiunto, ignorando che la manifattura, quando viene esercitata su scala globale e con disciplina strategica, finisce inevitabilmente per generare anche progetto, marchio e tecnologia.
La vera questione, allora, non è se i comunisti di mercato conquisteranno le roccaforti del costruire germanico. La questione è se l'Europa sia ancora in grado di distinguere ciò che può essere delocalizzato da ciò che costituisce il nucleo stesso della propria sovranità industriale.
Leggendo spesso Quattroruote so' che queste cose Pellegrini le scrive da anni a piu' riprese.
E ha inesorabilmente ragione a mio parere.
Conoscendo il suo parere io mi permetto di aggiugnere un altro
tassello a questa analisi; la redditivita' e gli stipendi dei lavoratori in Germania (ricordo come si magnificava VW e compagnia contro i magri stipendi degli operai italiani in Fiat)
sono stati mantenuti dai grassi guadagni sul mercato cinese.
Tutto questo ha portato ad un effetto collaterale che nelle tedesche si e' visto piu' facilmente , costano sempre di piu'.
C'e' una parte delle nazioni europee che non ha piu' il potere di acquisto per una tedesca.