<img height="1" width="1" style="display:none" src="https://www.facebook.com/tr?id=1500520490268011&amp;ev=PageView&amp;noscript=1"> Pubblico come il privato? (peso dell'Ateneo di provenienza) | Il Forum di Quattroruote

Pubblico come il privato? (peso dell'Ateneo di provenienza)

Lo schema di decreto che regola i concorsi pubblici prevederebbe anche la valutazione degli atenei di provenienza dei candidati.
La cosa non stupisce certo chi ha effettuato o affrontato selezioni per l'assunzione nel settore privato, ma per i concorsi pubblici sarebbe una svolta epocale.

Che ne pensate?
 
Mi pare che qui invece di andare avanti si vada indietro....
Ho letto la notizia l'altro ieri sera sulla home del mio Lumia e credo che alla fine si andrà a creare una Università sempre più ingiusta.
Prevedo già Facoltà prestigiose a numero aperto (ovviamente per fare più cassa) con tasse mostruose e soglie di accesso a borse di studio sempre più basse, limitando l'accesso ai più fortunati che hanno la possibilità di spendere.
I rettori delle varie facoltà più rinomate cominceranno già a fregarsi le mani, come Torino, Milano, Padova, Roma, Napoli ecc.
Si andranno a creare così laureati di serie A e quelli di serie B, cosa che in uno Stato civile non dovrebbe essere accettabile e ne minimamente pensabile, specialmente dato l'alto livello formativo delle nostre università.
Io ad esempio lavoro a tempo pieno e studio a Siena alla facoltà di Economia, pago oltre 1700 euro di tasse l'anno, quasi il massimo.
Immagino già che dal prossimo anno in poi saliranno vertiginosamente essendo ai vertici nazionali (terzo posto).

In ogni concorso pubblico ci sono già le selezioni che valutano le competenze e il voto di laurea, si fanno le graduatorie che già dovrebbero dire tutto.
In questo modo,"IO" ipotetico, studente con limitate possibilità economiche, che mi sono laureato con il massimo dei voti all'Università di Reggio Calabria avrò un trattamento diverso (in difetto) rispetto a chi ha avuto la possibilità di studiare al Politecnico di Torino, ad esempio con una votazione di 100/110, magari uscendo di graduatoria per una manciata di posti.
Secondo me è una cosa vergognosa.
 
che il finale e' quello....pagare, pagare.... pagare
Come della Sanita' del resto:
I posti letto saltan come birilli al bowling :evil:
 
U2511 ha scritto:
Lo schema di decreto che regola i concorsi pubblici prevederebbe anche la valutazione degli atenei di provenienza dei candidati.
La cosa non stupisce certo chi ha effettuato o affrontato selezioni per l'assunzione nel settore privato, ma per i concorsi pubblici sarebbe una svolta epocale.

Che ne pensate?

Che se il pubblico, a valle dei vari percorsi educativi pubblici, arriva a volerne discernere la diversa qualità, prendendone semplicemente atto, significa che non ha ( più ) alcun controllo a monte. Un comportamento che si puo' permettere il privato, che per definizione é solo utilizzatore finale, ma non il pubblico, che é fornitore di sé stesso.

Significa che il pubblico discrimina sé stesso, cioé che il pubblico é così parcellizzato e lottizzato, che la testa non ha facoltà di controllare cosa fa la mano o il piede. Non c'é più un unico pubblico, ma vari potentati.

Come se io una mattina mi svegliassi con la mano sinistra semiparalizzata, ed invece che correre da un medico, decidessi serenamente che d'ora in poi mi grattero' la testa con la destra.

Decadenza di una nazione inesistente.
 
PierUgoMaria1 ha scritto:
U2511 ha scritto:
Lo schema di decreto che regola i concorsi pubblici prevederebbe anche la valutazione degli atenei di provenienza dei candidati.
La cosa non stupisce certo chi ha effettuato o affrontato selezioni per l'assunzione nel settore privato, ma per i concorsi pubblici sarebbe una svolta epocale.

Che ne pensate?

Che se il pubblico, a valle dei vari percorsi educativi pubblici, arriva a volerne discernere la diversa qualità, prendendone semplicemente atto, significa che non ha ( più ) alcun controllo a monte. Un comportamento che si puo' permettere il privato, che per definizione é solo utilizzatore finale, ma non il pubblico, che é fornitore di sé stesso.

Significa che il pubblico discrimina sé stesso, cioé che il pubblico é così parcellizzato e lottizzato, che la testa non ha facoltà di controllare cosa fa la mano o il piede. Non c'é più un unico pubblico, ma vari potentati.

Come se io una mattina mi svegliassi con la mano sinistra semiparalizzata, ed invece che correre da un medico, decidessi serenamente che d'ora in poi mi grattero' la testa con la destra.

Decadenza di una nazione inesistente.

Assolutamente d'accordo!
Non ci si rende conto che se ci sono università migliori e peggiori è solo colpa dello stato o di chi lo rappresenta sia globalmente che localmente.
 
PierUgoMaria1 ha scritto:
U2511 ha scritto:
Che ne pensate?
Che se il pubblico, a valle dei vari percorsi educativi pubblici, arriva a volerne discernere la diversa qualità, prendendone semplicemente atto, significa che non ha ( più ) alcun controllo a monte. Un comportamento che si puo' permettere il privato, che per definizione é solo utilizzatore finale, ma non il pubblico, che é fornitore di sé stesso.
Fuochino.
Rammentiamo però il sistema scolastico francese: nè a lode né a rampogna, a parità di "ordine e grado", i suoi percorsi scolastici si articolano di fatto su scuole di serie A, di serie B e di serie C, che daranno potenzialità di sbocco ben diverse tra di loro. Quello tedesco, invece, in generale non discrimina tra il livello di "classificazione" di un determinato "ordine e grado", ma tra la possibilità o meno di accedere ad un determinato percorso scolastico.
Rimane interessante (lo dico come battuta o.t.) la constatazione che un governo "dem" tenti di attuare politiche scolastiche che farebbero la felicità dei "con" :rolleyes:

Baron89 ha scritto:
Non ci si rende conto che se ci sono università migliori e peggiori è solo colpa dello stato o di chi lo rappresenta sia globalmente che localmente.
Esiste da un bel po' di tempo l'autonomia universitaria. Una volta tanto il governo c'entra poco, molto poco.
 
Baron89 ha scritto:
Si andranno a creare così laureati di serie A e quelli di serie B, cosa che in uno Stato civile non dovrebbe essere accettabile e ne minimamente pensabile, specialmente dato l'alto livello formativo delle nostre università.
Ti segnalo che nel settore privato da decenni sono state adottate varie classifiche degli atenei, incluse relative tabelle empiriche di conversione dei punteggi di laurea e pure dei singoli esami.
 
U2511 ha scritto:
PierUgoMaria1 ha scritto:
Che ne pensate?
Che se il pubblico, a valle dei vari percorsi educativi pubblici, arriva a volerne discernere la diversa qualità, prendendone semplicemente atto, significa che non ha ( più ) alcun controllo a monte. Un comportamento che si puo' permettere il privato, che per definizione é solo utilizzatore finale, ma non il pubblico, che é fornitore di sé stesso.
Fuochino.
Rammentiamo però il sistema scolastico francese: nè a lode né a rampogna, a parità di "ordine e grado", i suoi percorsi scolastici si articolano di fatto su scuole di serie A, di serie B e di serie C, che daranno potenzialità di sbocco ben diverse tra di loro. Quello tedesco, invece, in generale non discrimina tra il livello di "classificazione" di un determinato "ordine e grado", ma tra la pssibilità o meno di accedere ad un determinato percorso scolastico.[/quote]

Qui sono impreparato. Esistono medesime facoltà, di giurisprudenza poniamo, classificate per tre gradi di preparazione diversi?

Se é così mi immagino un sistema deliberato, e predisposto a monte.

In Italia, in assenza di un principio del genere, mi darebbe l'impressione di una ratifica di fatto ex post.

Se un'azienda produce materia prima e prodotto finito, e per la produzione del prodotto finito é costretta a scartare metà delle materie prime prodotte in house, c'é qualcosa a cui mettere mano di corsa, prima di stringere le maglie del controllo qualità.

Se poi guardiamo le risultanze invalsi, si fa presto a mettere in punizione, chesso', mezzo mondo universitario meridionale, perché fattualmente meno prestante. Ma prima vale la pena farsi qualche domanda...
 
Per me è postivo.
È inutile negarlo che allo stato dell'arte ci siano università dove l'impegno per ottenere voti alti è molto diverso.
Il decreto va a confermare uno stato di fatto.
Lo stesso decreto sarà di stimolo alle università di serie "B" per migliorarsi e diventare di serie "A"
meritocrazia non è una parolaccia ma è il futuro di un paese che vuole crescere
 
Ex Batri ha scritto:
Per me è postivo.
È inutile negarlo che allo stato dell'arte ci siano università dove l'impegno per ottenere voti alti è molto diverso.
Il decreto va a confermare uno stato di fatto.
Lo stesso decreto sarà di stimolo alle università di serie "B" per migliorarsi e diventare di serie "A"
meritocrazia non è una parolaccia ma è il futuro di un paese che vuole crescere
:thumbup:
 
PierUgoMaria1 ha scritto:
Qui sono impreparato. Esistono medesime facoltà, di giurisprudenza poniamo, classificate per tre gradi di preparazione diversi?
Banalmente, pensa al caso più noto, quello delle Grandes Ecoles.

Se é così mi immagino un sistema deliberato, e predisposto a monte.
Assolutamente. In Francia anche fare la pipi nel vasino non autorizzato è un attentato alla Republique :twisted:

In Italia, in assenza di un principio del genere, mi darebbe l'impressione di una ratifica di fatto ex post.
Come buona e consolidata abitudine a Sud delle Alpi. Non si programma con un obiettivo ex-ante, si cerca di affrontare le conseguenze ex-post.

Se un'azienda produce materia prima e prodotto finito, e per la produzione del prodotto finito é costretta a scartare metà delle materie prime prodotte in house, c'é qualcosa a cui mettere mano di corsa, prima di stringere le maglie del controllo qualità.
Si potrebbe scoprire che la metà delle "catene di montaggio" vengono tenute attive solo per non passare alla disoccupazione i relativi addetti ... (gugolare "proliferazione sedi universitarie")

Se poi guardiamo le risultanze invalsi, si fa presto a mettere in punizione, chesso', mezzo mondo universitario meridionale, perché fattualmente meno prestante. Ma prima vale la pena farsi qualche domanda...
Lì si apre una voragine, ma concordo sull'opportunità di farsi alcune domande. Ad esempo, le linee guida nazionali su quello che un tempo si chiamava programma didattico e che oggi con ignorante modernismo si definisce "offerta formativa", ed in particolare sulle modalità di attuazione.
 
Ex Batri ha scritto:
Per me è postivo.
È inutile negarlo che allo stato dell'arte ci siano università dove l'impegno per ottenere voti alti è molto diverso.
Il decreto va a confermare uno stato di fatto.
Lo stesso decreto sarà di stimolo alle università di serie "B" per migliorarsi e diventare di serie "A"
meritocrazia non è una parolaccia ma è il futuro di un paese che vuole crescere

Puo' darsi, ma solo se lo si associa ad un intervento meritocratico anche a monte. Del tipo, meno soldi ai laureifici.

Che poi, se hai l'autorità per fare cio', puoi anche intervenire in maniera più aggressiva.

Ma ci credi?

Grecia aspettaci che arriviamo, una faccia una razza.
 
U2511 ha scritto:
PierUgoMaria1 ha scritto:
Qui sono impreparato. Esistono medesime facoltà, di giurisprudenza poniamo, classificate per tre gradi di preparazione diversi?
Banalmente, pensa al caso più noto, quello delle Grandes Ecoles.

Se é così mi immagino un sistema deliberato, e predisposto a monte.
Assolutamente. In Francia anche fare la pipi nel vasino non autorizzato è un attentato alla Republique :twisted:

In Italia, in assenza di un principio del genere, mi darebbe l'impressione di una ratifica di fatto ex post.
Come buona e consolidata abitudine a Sud delle Alpi. Non si programma con un obiettivo ex-ante, si cerca di affrontare le conseguenze ex-post.

Se un'azienda produce materia prima e prodotto finito, e per la produzione del prodotto finito é costretta a scartare metà delle materie prime prodotte in house, c'é qualcosa a cui mettere mano di corsa, prima di stringere le maglie del controllo qualità.
Si potrebbe scoprire che la metà delle "catene di montaggio" vengono tenute attive solo per non passare alla disoccupazione i relativi addetti ... (gugolare "proliferazione sedi universitarie")

Se poi guardiamo le risultanze invalsi, si fa presto a mettere in punizione, chesso', mezzo mondo universitario meridionale, perché fattualmente meno prestante. Ma prima vale la pena farsi qualche domanda...
Lì si apre una voragine, ma concordo sull'opportunità di farsi alcune domande. Ad esempo, le linee guida nazionali su quello che un tempo si chiamava programma didattico e che oggi con ignorante modernismo si definisce "offerta formativa", ed in particolare sulle modalità di attuazione.

Abbiamo capito a cosa servono le sedi universitarie, e siamo in sintonia.
 
PierUgoMaria1 ha scritto:
Ex Batri ha scritto:
Per me è postivo.
È inutile negarlo che allo stato dell'arte ci siano università dove l'impegno per ottenere voti alti è molto diverso.
Il decreto va a confermare uno stato di fatto.
Lo stesso decreto sarà di stimolo alle università di serie "B" per migliorarsi e diventare di serie "A"
meritocrazia non è una parolaccia ma è il futuro di un paese che vuole crescere

Puo' darsi, ma solo se lo si associa ad un intervento meritocratico anche a monte. Del tipo, meno soldi ai laureifici.

Che poi, se hai l'autorità per fare cio', puoi anche intervenire in maniera più aggressiva.

Ma ci credi?

Grecia aspettaci che arriviamo, una faccia una razza.

Ma ti dirò mi piacerebbe crederci.

Per fortuna dell'Italia non c'è una sola faccia che ci accumuna, ma sono le nostre diversità ad essere la nostra forza, secondo me ;)
 
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