<img height="1" width="1" style="display:none" src="https://www.facebook.com/tr?id=1500520490268011&amp;ev=PageView&amp;noscript=1"> Pubblico come il privato? (peso dell'Ateneo di provenienza) | Page 2 | Il Forum di Quattroruote

Pubblico come il privato? (peso dell'Ateneo di provenienza)

U2511 ha scritto:
Lo schema di decreto che regola i concorsi pubblici prevederebbe anche la valutazione degli atenei di provenienza dei candidati.
La cosa non stupisce certo chi ha effettuato o affrontato selezioni per l'assunzione nel settore privato, ma per i concorsi pubblici sarebbe una svolta epocale.

Che ne pensate?

Arrivo molto in ritardo, ma trovo il post estremamente interessante.

Penso sia stato detto molto, e mi sento vicino alle opinioni di Baron89 e PieroUgoMaria.

A ciò aggiungo, in breve sintesi, che l'idea ha due forti controindicazioni, una di carattere pratico, l'altra di principio.

In pratica discriminare risulta accettabile solo se si stabiliscono criteri oggettivi o quantomeno attendibili. Bene, se i criteri sono i ranking Shangai etc. etc., be' lasciamo perdere: hanno la stessa attendibilità della classfica dei migliori 100 sportivi del secolo: vedere e valutare cosa intendo. Può sembrare un'affermazione brutale e arrogante, ma so esattamente di cosa parlo, essendo che la mia dolce metà lavora in una delle università quotate ai primi 5 posti della classifica europea e di queste cose si discute parecchio (anche perché i vertici dell'ateneo a come scalare le classifiche sono molto attenti...), ed essendo che uno dei miei più cari amici è diventato cardiochirurgo quasi ad honorem (in realtà non proprio), dopo che da anestesista (sic!) tirocinante in the UK si è trovato di turno con un chirurgo al quale ha spiegato per filo e per segno come affrontare un'emergenza che da solo non avrebbe saputo fronteggiare (una situazione del tipo che arriva uno messo male in pronto soccorso, chiamano i due di turno, il chirurgo dice "non so cosa fare", il mio amico obietta "non mi interessa se non sai cosa fare, sai come farlo? se sì, cosa fare te lo spiego io", lui risponde "va bene" e il paziente si salva... Va da sè che gli hanno offerto di specializzarsi in cardiochirurgia...). Bene, la mia dolce metà e il mio amico sono errori statistici, perché provengono da università poco quotate. E non sono neanche dei geni assoluti (pur non essendo proprio pirla). Ecco, se le cose stanno così qualcosa vorrà dire...

La ragione di principio riguarda la scelta tra un modello inclusivo o esclusivo: il mondo anglosassone (gli USA in particolare) seguono prevalentemente il modello esclusivo: a certi livelli arrivi solo se segui determinati percorsi, e quei percorsi ti sono garantiti a due condizioni: sei eccezionalmente capace (in un numero più limitato di casi) o sei eccezionalmente ricco (nella maggior parte dei casi). Noi siamo disposti a condividere quel modello? E soprattutto, quel modello è socialmente sostenibile da noi senza che esplodano tensioni sociali destabilizzanti? Non è detto che una cosa che va bene come e per gli anglosassoni debba andare bene allo stesso modo da noi. Per millemila ragioni, senza voler dire che uno è migliore dell'altro. E comunque, pur non avendo mai vissuto negli USA (andarci per lavoro è altra cosa che vivere un Paese), a me i dati sulla povertà nella prima economia mondiale lasciano quantomeno perplesso. E non mi sorprendo se le tensioni che genera questo sistema siano governate in modi spicci (diciamo che la polizia ha ucciso più persone dall'inizio del 2015 negli USA che in tutto il Regno Unito - tanto per restare in area di cultura anglosassone - nel XX secolo: dovrebbe bastare a prendere atto che qualche problemino c'è, al di là della retorica sul mito americano). Quindi mi chiedo: saremmo disposti ad accettare altrettanto? Potremmo permettercelo? Ho i miei dubbi.

Infine, trovo che tu abbia messo in luce in modo estremamente lucido un punto fondamentale ricordando come certe scelte politiche appartengano tradizionalmente all'area conservatrice ("con"). Bene, noi dovremmo avere invece un governo di ispirazione progressista "dem" (lo stesso che ha approvato il Giobbsact, per intenderci...): dove sta l'equivoco?

Quanto al privato, che ci siano tabelle di conversione dei voti di laurea non mi sorprende: d'altra parte, il privato non ha compiti di inclusione sociale e non è tenuto a garantire eguaglianza e parità di trattamento come invece il pubblico è tenuto a fare.
Così non mi scandalizzo se tra i criteri di merito per la selezione del personale possa essere dato particolare peso al sorriso a trentadue (+ o - 4) denti o alle movenze su tacco 12 sfoggiati al momento della sottoscrizione di un mutuo ipotecario trentennale al tasso variabile del 10%...
 
Nick_Name ha scritto:
U2511 ha scritto:
Lo schema di decreto che regola i concorsi pubblici prevederebbe anche la valutazione degli atenei di provenienza dei candidati.
La cosa non stupisce certo chi ha effettuato o affrontato selezioni per l'assunzione nel settore privato, ma per i concorsi pubblici sarebbe una svolta epocale.

Che ne pensate?

Arrivo molto in ritardo, ma trovo il post estremamente interessante.

Penso sia stato detto molto, e mi sento vicino alle opinioni di Baron89 e PieroUgoMaria.

A ciò aggiungo, in breve sintesi, che l'idea ha due forti controindicazioni, una di carattere pratico, l'altra di principio.

In pratica discriminare risulta accettabile solo se si stabiliscono criteri oggettivi o quantomeno attendibili. Bene, se i criteri sono i ranking Shangai etc. etc., be' lasciamo perdere: hanno la stessa attendibilità della classfica dei migliori 100 sportivi del secolo: vedere e valutare cosa intendo. Può sembrare un'affermazione brutale e arrogante, ma so esattamente di cosa parlo, essendo che la mia dolce metà lavora in una delle università quotate ai primi 5 posti della classifica europea e di queste cose si discute parecchio (anche perché i vertici dell'ateneo a come scalare le classifiche sono molto attenti...), ed essendo che uno dei miei più cari amici è diventato cardiochirurgo quasi ad honorem (in realtà non proprio), dopo che da anestesista (sic!) tirocinante in the UK si è trovato di turno con un chirurgo al quale ha spiegato per filo e per segno come affrontare un'emergenza che da solo non avrebbe saputo fronteggiare (una situazione del tipo che arriva uno messo male in pronto soccorso, chiamano i due di turno, il chirurgo dice "non so cosa fare", il mio amico obietta "non mi interessa se non sai cosa fare, sai come farlo? se sì, cosa fare te lo spiego io", lui risponde "va bene" e il paziente si salva... Va da sè che gli hanno offerto di specializzarsi in cardiochirurgia...). Bene, la mia dolce metà e il mio amico sono errori statistici, perché provengono da università poco quotate. E non sono neanche dei geni assoluti (pur non essendo proprio pirla). Ecco, se le cose stanno così qualcosa vorrà dire...

Il problema sta proprio qua, al di fuori dell'Italia, il più ignorante laureato italiano vale oro appena varca le Alpi.
In Italia si cercano luminari della medicina per fare gli infermieri.
Una ragazza del mio paese, si è laureata in Economia all'Università di Salerno (se non vado errato), che non è proprio una delle migliori a livello nazionale, eppure oggi è prof.ssa ordinaria e insegna Economia e Finanza all'Università di Barrinquilla in Colombia.
Scelta drastica dopo 4 anni di offerte lavorative ridicole e dalla bassissima retribuzione.
 
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