A una settimana dalla visita di Papa Francesco a San Vittore la questione torna d'attualità.
Al proposito qualche anno fa fa leggevo quanto segue:
Il potere punitivo si è ormai spostato dal giudizio, ridotto a momento intermedio di ratifica spettacolare ed esemplare dei risultati istruttori, da un lato alla fase istruttoria o preliminare in cui si decide della libertà o della custodia cautelare dell'imputato e magari si patteggia con lui la pena od il rito, dall'altro alla fase esecutiva nella quale si decide la durata e perfino la qualità della pena.
Si aggiunga infine una pesante accentuazione dei tradizionali caratteri classisti dell'istituzione carceraria. I criteri di decisione dei benefici, in mancanza di parametri fattuali, sono come si è visto informati al sostanzialismo più puro: non a "ciò che si è fatto", ma a "ciò che si è". Ben più che la condotta in carcere, stando all'esperienza della prima applicazione della legge, hanno finito così per imporsi, quali criteri prevalenti di decisione, le prospettive di lavoro e di positivo reinserimento nella vita civile, che sono ovviamente maggiori per i detenuti di condizione economica e sociale più elevata. Si è insomma prodotta una differenza di trattamento basata direttamente sulle figure e sui ruoli sociali dei detenuti: i loro mestieri o professioni, i loro contatti esterni, le loro relazioni sociali e in generale il grado d'interessamento che essi riescono a sollecitare nel loro ambiente di provenienza; senza contare che solo l'assistenza di un difensore può consentire il ricorso ai complicati congegni e provvedimenti architettati dalla legge. Ne è conseguita una tipologia dei beneficiati e dei discriminati che riflette la loro estrazione sociale ed amplifica i connotati di classe della disuguaglianza penale: dai benefici sono di fatto tendenzialmente esclusi - per l'impossibiltà di mantenere un lavoro e un credibile reinserimento, e prima ancora di orientarsi nel labirinto premiale - gli stranieri, gli apolidi, gli zingari, oltre ovviamente a tutti i detenuti disoccupati e socialmente più deboli e sprovveduti. (L. Ferrajoli, "Diritto e Ragione")
Fu scritto alla fine degli anni 80, trent'anni fa, ma sembrano parole attualissime e la vicenda di Fabrizio Corona potrebbe esserne un'efficace conferma.
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No flame, please!
Al proposito qualche anno fa fa leggevo quanto segue:
Il potere punitivo si è ormai spostato dal giudizio, ridotto a momento intermedio di ratifica spettacolare ed esemplare dei risultati istruttori, da un lato alla fase istruttoria o preliminare in cui si decide della libertà o della custodia cautelare dell'imputato e magari si patteggia con lui la pena od il rito, dall'altro alla fase esecutiva nella quale si decide la durata e perfino la qualità della pena.
Si aggiunga infine una pesante accentuazione dei tradizionali caratteri classisti dell'istituzione carceraria. I criteri di decisione dei benefici, in mancanza di parametri fattuali, sono come si è visto informati al sostanzialismo più puro: non a "ciò che si è fatto", ma a "ciò che si è". Ben più che la condotta in carcere, stando all'esperienza della prima applicazione della legge, hanno finito così per imporsi, quali criteri prevalenti di decisione, le prospettive di lavoro e di positivo reinserimento nella vita civile, che sono ovviamente maggiori per i detenuti di condizione economica e sociale più elevata. Si è insomma prodotta una differenza di trattamento basata direttamente sulle figure e sui ruoli sociali dei detenuti: i loro mestieri o professioni, i loro contatti esterni, le loro relazioni sociali e in generale il grado d'interessamento che essi riescono a sollecitare nel loro ambiente di provenienza; senza contare che solo l'assistenza di un difensore può consentire il ricorso ai complicati congegni e provvedimenti architettati dalla legge. Ne è conseguita una tipologia dei beneficiati e dei discriminati che riflette la loro estrazione sociale ed amplifica i connotati di classe della disuguaglianza penale: dai benefici sono di fatto tendenzialmente esclusi - per l'impossibiltà di mantenere un lavoro e un credibile reinserimento, e prima ancora di orientarsi nel labirinto premiale - gli stranieri, gli apolidi, gli zingari, oltre ovviamente a tutti i detenuti disoccupati e socialmente più deboli e sprovveduti. (L. Ferrajoli, "Diritto e Ragione")
Fu scritto alla fine degli anni 80, trent'anni fa, ma sembrano parole attualissime e la vicenda di Fabrizio Corona potrebbe esserne un'efficace conferma.
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