Due anni fa il terremoto: l'Emilia che "tiene botta"
29/05/2014 ore 13.29
Articolo estrapolato dal Sole 24 Ore....
http://www.radio24.ilsole24ore.com/notizie/2014-05-29/anni-terremoto-emilia-tiene-131750.php
"Non c'è spazio, e con lei ancora di meno: si sbatte da ogni parte. Comincia a diventare davvero pesante". A voce bassa, per non svegliare la piccola Lucia, la nonna sistema il fiocco rosa sulla porta numero 25. Il suo Map, ossia modulo abitativo provvisorio, è proprio all'ingresso del campo di Cavezzo. Rovente di lamiere, proprio come quello più grande di Mirandola, ora che il sole picchia, come due anni fa, quando una seconda scossa di terremoto cambiò tutto. Spense 29 vite, sotto le macerie delle case o i pilastri dei capannoni; stravolse l'esistenza di altre 45mila e colpì uno dei cuori economici d'Italia, motore del 2% del Pil. Oggi le transenne chiudono ancora gran parte dei centri storici della bassa, pieni di rovine e vuoti di vita. Qui abitavano molte delle 5.831 persone tuttora fuori casa, compresi i 2.500 che dormono in queste scatolette di alluminio. L'obiettivo, è farli uscire entro "l'anno prossimo", assicurano in Regione. Nel frattempo, loro, continuano a tenere botta e a rimboccarsi le maniche. "Abitavo proprio in centro, qui a Mirandola. Ora il mio palazzo deve essere abbattuto e io non so quando tornerò ad avere una casa. Qui o fa troppo caldo o troppo freddo". A differenza dell'Aquila, almeno qui una rete consolidata di servizi sociali aiuta soprattutto gli anziani a non sentirsi deportati. Ma la stanchezza inizia a pesare, come il silenzio fitto, rotto dall'eco dei televisori e dal vociare di qualche bimbo sparso. La solitudine, le temperature e i costi delle bollette dell'elettricità sono i problemi più sentiti tra queste file di Map, oltre alla mancanza di lavoro per cui si dispera la signora Tina. "Due mila, tremila euro sono le nostre bollette, perché tutto qui va a corrente elettrica. Nessuno sconto e soprattutto non mi aspettavo che la mia ditta mi lasciasse a casa, per andare avanti io vado alla Caritas". Da subito gran parte delle imprese in un modo o in un altro sono ripartite: i lavoratori in cassaintegrazione sono scesi da 40mila a 215, ma ora- 2 anni dopo- sono soprattutto i più piccoli a reclamare soccorsi. "Va bene, ci siamo tirati su le maniche, ora siamo in canottiera e non abbiamo più nulla da tirarci su. E non è vero che va tutto bene, che siamo tutti tornati a casa, qui è un gran casino", si lamenta una negoziante di Cavezzo. La vecchia e la nuova Cavezzo ora sorgono una difronte all'altra. Da una parte la Chiesa, sventrata; i palazzi tut'ora squarciati e le macerie silenziose; dall'altra, a 50 metri di distanza, un incastro di tunnel e container con i 17 negozi che un tempo avevano le vetrine in palazzi settecenteschi e ora colorano questa nuova piazza di lamiere intitolata alla forza che ha cambiato tutto: 5.9. Come la scossa del 29 maggio 2012. "Volevamo ricreare il centro, non andare in periferia come è successo altrove. Avevamo paura di finire come l'Aquila", racconta Giovanni Fattori, che ha voluto riprodurre nella bassa un esperimento visto a Londra. Ai terremotati dell'Emilia erano stati promessi aiuti fiscali per i capannoni; ora in Regione sperano almeno di riuscire ad averli per i centri storici, insieme al miliardo mancante, "necessario per la ricostruzione delle aree antiche", ricorda l'assessore regionale Paolo Gazzolo. Le macerie dei vecchi capannoni distrutti, drammaticamente crollati pure sugli operai, spesso sono ora difronte ai nuovi, dove si è ricominciato da subito a produrre. E questa zona, due anni dopo un terribile sisma, resta uno dei motori dell'economia italiana. La bassa modenese- dunque- davvero tiene botta.Vorrebbe solo che a Roma non pensassero che non abbiano comunque bisogno d'aiuto.
29/05/2014 ore 13.29
Articolo estrapolato dal Sole 24 Ore....
http://www.radio24.ilsole24ore.com/notizie/2014-05-29/anni-terremoto-emilia-tiene-131750.php
"Non c'è spazio, e con lei ancora di meno: si sbatte da ogni parte. Comincia a diventare davvero pesante". A voce bassa, per non svegliare la piccola Lucia, la nonna sistema il fiocco rosa sulla porta numero 25. Il suo Map, ossia modulo abitativo provvisorio, è proprio all'ingresso del campo di Cavezzo. Rovente di lamiere, proprio come quello più grande di Mirandola, ora che il sole picchia, come due anni fa, quando una seconda scossa di terremoto cambiò tutto. Spense 29 vite, sotto le macerie delle case o i pilastri dei capannoni; stravolse l'esistenza di altre 45mila e colpì uno dei cuori economici d'Italia, motore del 2% del Pil. Oggi le transenne chiudono ancora gran parte dei centri storici della bassa, pieni di rovine e vuoti di vita. Qui abitavano molte delle 5.831 persone tuttora fuori casa, compresi i 2.500 che dormono in queste scatolette di alluminio. L'obiettivo, è farli uscire entro "l'anno prossimo", assicurano in Regione. Nel frattempo, loro, continuano a tenere botta e a rimboccarsi le maniche. "Abitavo proprio in centro, qui a Mirandola. Ora il mio palazzo deve essere abbattuto e io non so quando tornerò ad avere una casa. Qui o fa troppo caldo o troppo freddo". A differenza dell'Aquila, almeno qui una rete consolidata di servizi sociali aiuta soprattutto gli anziani a non sentirsi deportati. Ma la stanchezza inizia a pesare, come il silenzio fitto, rotto dall'eco dei televisori e dal vociare di qualche bimbo sparso. La solitudine, le temperature e i costi delle bollette dell'elettricità sono i problemi più sentiti tra queste file di Map, oltre alla mancanza di lavoro per cui si dispera la signora Tina. "Due mila, tremila euro sono le nostre bollette, perché tutto qui va a corrente elettrica. Nessuno sconto e soprattutto non mi aspettavo che la mia ditta mi lasciasse a casa, per andare avanti io vado alla Caritas". Da subito gran parte delle imprese in un modo o in un altro sono ripartite: i lavoratori in cassaintegrazione sono scesi da 40mila a 215, ma ora- 2 anni dopo- sono soprattutto i più piccoli a reclamare soccorsi. "Va bene, ci siamo tirati su le maniche, ora siamo in canottiera e non abbiamo più nulla da tirarci su. E non è vero che va tutto bene, che siamo tutti tornati a casa, qui è un gran casino", si lamenta una negoziante di Cavezzo. La vecchia e la nuova Cavezzo ora sorgono una difronte all'altra. Da una parte la Chiesa, sventrata; i palazzi tut'ora squarciati e le macerie silenziose; dall'altra, a 50 metri di distanza, un incastro di tunnel e container con i 17 negozi che un tempo avevano le vetrine in palazzi settecenteschi e ora colorano questa nuova piazza di lamiere intitolata alla forza che ha cambiato tutto: 5.9. Come la scossa del 29 maggio 2012. "Volevamo ricreare il centro, non andare in periferia come è successo altrove. Avevamo paura di finire come l'Aquila", racconta Giovanni Fattori, che ha voluto riprodurre nella bassa un esperimento visto a Londra. Ai terremotati dell'Emilia erano stati promessi aiuti fiscali per i capannoni; ora in Regione sperano almeno di riuscire ad averli per i centri storici, insieme al miliardo mancante, "necessario per la ricostruzione delle aree antiche", ricorda l'assessore regionale Paolo Gazzolo. Le macerie dei vecchi capannoni distrutti, drammaticamente crollati pure sugli operai, spesso sono ora difronte ai nuovi, dove si è ricominciato da subito a produrre. E questa zona, due anni dopo un terribile sisma, resta uno dei motori dell'economia italiana. La bassa modenese- dunque- davvero tiene botta.Vorrebbe solo che a Roma non pensassero che non abbiano comunque bisogno d'aiuto.