l'Italia è ultima in graduatoria per il lavoro delle donne, per il lavoro dei giovani, e anche per il lavoro dei maschi adulti.
la questione del lavoro femminile riguarda sia l'aspetto più propriamente del lavoro, che l'aspetto "sociale" per il quale in certi Paesi è difficilmente comprensibile che una donna possa volontariamente scegliere di lavorare in casa.
dipende non tanto dal ruolo femminile, quanto dal concetto di "famiglia", che è in via di demolizione.
se la coppia costituisce una "famiglia" come una unità sociale compiuta, allora non fa differenza chi lavora fuori e chi dentro e un componente della famiglia può scegliere di non produrre un reddito monetario ma gestire altri aspetti fondamentali della vita.
se la coppia invece viene intesa come la somma di due individui , allora ciascun "individuo" ha dovere/diritto di produrre la suo quota di reddito e di svolgere la sua quota di utilità interna.
una volta fatta la dovuta distinzione tra donne che non vogliono accedere al mercato del lavoro (minoranza) e la maggioranza di donne che lo vorrebbero ma non riescono, c'è anche da dire che non basta fare lavorare.
per esempio, nella mia professione siamo già verso la metà di presenza femminile e i nuovi ingressi sono in forte maggioranza.
però quando la Cassa di previdenza raccoglie i redditi per categorie, le donne sono fortemente penalizzate.
dal mercato, visto che lavoriamo in autonomia.
questo è un aspetto non meno importanze del crudo "numero di occupati"