Se avete già pubblicato qualcosa in merito, accodate pure.
Paolo Fresco presidente della Fiat dal 1998 al 2003 : N. Milano 12 luglio 1933 - M. Fiesole 12 luglio 2026
QR di agosto lo ricorda così.
Paolo Fresco se n'è andato a 93 anni, portando con sé il ricordo di un'operazione che nessun car guy avrebbe mai osato concepire con pari freddezza contrattuale: la cessione, sia pure parziale e vincolata, di Fiat Auto alla General Motors, siglata nel 2000 dopo una trattativa che l'ex presidente raccontò poi con la lucidità priva di retorica propria di chi ha fatto della negoziazione un mestiere, e forse un'arte.
Milanese di nascita, genovese d'adozione, avvocato di formazione, ma per trent'anni alla General Electric (sarà pure il numero due di Jack Welch), Fresco fu chiamato da Gianni Agnelli nel 1998 a sostituire Cesare Romiti in un momento in cui il gruppo avvertiva, senza ancora ammetterlo pienamente, la sua inadeguatezza a competere da solo sullo scenario globale dell'auto.
Al netto delle circostanze che ne accompagnarono l'arrivo – un ruolo di presidente che non coincideva con l'operatività cui era abituato in USA, e un amministratore delegato, Paolo Cantarella, che ne percepiva la presenza come un'ingerenza –, Fresco si concentrò su ciò che sapeva fare meglio di chiunque altro: negoziare alla ricerca di un partner.
Aprì un dialogo con la Daimler, che offriva 10 miliardi di euro contro i 12 chiesti dalla Fiat, e quando quella pista si esaurì senza esito, richiamò la GM, che già aveva bussato alla sua porta. Giocò l'unico bluff che aveva in mano, dichiarando una trattativa quasi conclusa con i tedeschi per costringere gli americani a muoversi entro quindici giorni: ne ottenne l'ingresso al 20% del capitale e una clausola che avrebbe obbligato la GM, su richiesta della Fiat, a rilevare il restante 80%.
Non fu la vendita proposta all'Avvocato – il quale gli rispose che sarebbe stata giusta, ma che il nonno si sarebbe rivoltato nella tomba, e quindi da rimandare a dopo la propria morte –; fu invece un'opzione, silenziosa e a tempo, che la storia avrebbe trasformato in qualcos'altro.
La clausola, giudicata allora una concessione quasi umiliante strappata a un socio riluttante, si rivelò infatti nel 2005 lo strumento con cui Sergio Marchionne realizzò il suo capolavoro negoziale: non si limitò a chiedere alla GM di rinunciare all'obbligo di acquisto, ma esercitò il put così come Fresco lo aveva concepito, ponendo cioè gli americani di fronte a un impegno vincolante dal quale l'unico modo per sottrarsi era pagare profumatamente. Costretta a quella scelta, la GM si liberò dell'obbligo versando una penale miliardaria e restituendo a titolo gratuito le azioni.
La liquidazione pose le basi finanziarie del rilancio guidato da Marchionne e, indirettamente, della sopravvivenza del gruppo fino alla nascita di FCA. Non è un caso isolato nella storia italiana quello di un uomo esterno al mondo dell'auto chiamato a salvarla proprio in virtù della sua estraneità, ma Fresco è forse l'esempio più nitido di come una competenza manageriale generalista, forgiata altrove, possa produrre risultati che nessun ingegnere dell'auto avrebbe forse saputo concepire con altrettanto cinismo funzionale.
Ammesso e non concesso che la Fiat di allora fosse comunque destinata, per suoi meriti, a un rilancio autonomo, resta il fatto che Fresco lasciò l'incarico nel 2003 in un clima già logorato dai contrasti con Umberto Agnelli, dopo aver sventato – a suo dire con un'indiscrezione fatta arrivare ad arte alla stampa – un tentativo di sostituirlo con Enrico Bondi durante un consiglio di amministrazione già convocato.
Con Fresco se ne va uno degli ultimi testimoni diretti di una stagione in cui la Fiat, per sopravvivere, dovette imparare a trattare la propria autonomia come merce negoziale: e viene da chiedersi se quella lezione, tutto sommato, non sia più attuale oggi – nell'epoca dei consorzi cinesi e delle alleanze indotte dalla transizione – di quanto lo fosse venticinque anni fa.
(Gian Luca Pellegrini)
Paolo Fresco presidente della Fiat dal 1998 al 2003 : N. Milano 12 luglio 1933 - M. Fiesole 12 luglio 2026
QR di agosto lo ricorda così.
Paolo Fresco se n'è andato a 93 anni, portando con sé il ricordo di un'operazione che nessun car guy avrebbe mai osato concepire con pari freddezza contrattuale: la cessione, sia pure parziale e vincolata, di Fiat Auto alla General Motors, siglata nel 2000 dopo una trattativa che l'ex presidente raccontò poi con la lucidità priva di retorica propria di chi ha fatto della negoziazione un mestiere, e forse un'arte.
Milanese di nascita, genovese d'adozione, avvocato di formazione, ma per trent'anni alla General Electric (sarà pure il numero due di Jack Welch), Fresco fu chiamato da Gianni Agnelli nel 1998 a sostituire Cesare Romiti in un momento in cui il gruppo avvertiva, senza ancora ammetterlo pienamente, la sua inadeguatezza a competere da solo sullo scenario globale dell'auto.
Al netto delle circostanze che ne accompagnarono l'arrivo – un ruolo di presidente che non coincideva con l'operatività cui era abituato in USA, e un amministratore delegato, Paolo Cantarella, che ne percepiva la presenza come un'ingerenza –, Fresco si concentrò su ciò che sapeva fare meglio di chiunque altro: negoziare alla ricerca di un partner.
Aprì un dialogo con la Daimler, che offriva 10 miliardi di euro contro i 12 chiesti dalla Fiat, e quando quella pista si esaurì senza esito, richiamò la GM, che già aveva bussato alla sua porta. Giocò l'unico bluff che aveva in mano, dichiarando una trattativa quasi conclusa con i tedeschi per costringere gli americani a muoversi entro quindici giorni: ne ottenne l'ingresso al 20% del capitale e una clausola che avrebbe obbligato la GM, su richiesta della Fiat, a rilevare il restante 80%.
Non fu la vendita proposta all'Avvocato – il quale gli rispose che sarebbe stata giusta, ma che il nonno si sarebbe rivoltato nella tomba, e quindi da rimandare a dopo la propria morte –; fu invece un'opzione, silenziosa e a tempo, che la storia avrebbe trasformato in qualcos'altro.
La clausola, giudicata allora una concessione quasi umiliante strappata a un socio riluttante, si rivelò infatti nel 2005 lo strumento con cui Sergio Marchionne realizzò il suo capolavoro negoziale: non si limitò a chiedere alla GM di rinunciare all'obbligo di acquisto, ma esercitò il put così come Fresco lo aveva concepito, ponendo cioè gli americani di fronte a un impegno vincolante dal quale l'unico modo per sottrarsi era pagare profumatamente. Costretta a quella scelta, la GM si liberò dell'obbligo versando una penale miliardaria e restituendo a titolo gratuito le azioni.
La liquidazione pose le basi finanziarie del rilancio guidato da Marchionne e, indirettamente, della sopravvivenza del gruppo fino alla nascita di FCA. Non è un caso isolato nella storia italiana quello di un uomo esterno al mondo dell'auto chiamato a salvarla proprio in virtù della sua estraneità, ma Fresco è forse l'esempio più nitido di come una competenza manageriale generalista, forgiata altrove, possa produrre risultati che nessun ingegnere dell'auto avrebbe forse saputo concepire con altrettanto cinismo funzionale.
Ammesso e non concesso che la Fiat di allora fosse comunque destinata, per suoi meriti, a un rilancio autonomo, resta il fatto che Fresco lasciò l'incarico nel 2003 in un clima già logorato dai contrasti con Umberto Agnelli, dopo aver sventato – a suo dire con un'indiscrezione fatta arrivare ad arte alla stampa – un tentativo di sostituirlo con Enrico Bondi durante un consiglio di amministrazione già convocato.
Con Fresco se ne va uno degli ultimi testimoni diretti di una stagione in cui la Fiat, per sopravvivere, dovette imparare a trattare la propria autonomia come merce negoziale: e viene da chiedersi se quella lezione, tutto sommato, non sia più attuale oggi – nell'epoca dei consorzi cinesi e delle alleanze indotte dalla transizione – di quanto lo fosse venticinque anni fa.
(Gian Luca Pellegrini)