Parliamo di brand

Parliamo di brand | Pagina 3 - opinioni e discussioni sul Forum di Quattroruote

  1. rosberg

    rosberg

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    Premettendo che a mio modesto avviso non si può considerare DS (le vetture di Citroen, giusto?) come un marchio, ma personalmente lo considero più come una vettura "particolare" della gamma (un po' come se fosse per intenderci un "allestimento" tipo AMG, M, o similari, il tema proposto è interessante.
    Mi pare un pochino "azzardato" affermare che nei prossimi anni il mercato dell'auto, di un certo tipo di auto, si concentrerà in 500 città. 500 città significano Nazioni. Non si riesce a stabilire cosa accadrà al mondo dell'automobile nei prossimi 4-5 anni, nonostante cento previsioni, e questo pretende di capire come si evolverà il mercato città pèer città? Mi pare azzardato, presuntuoso e un tantino fuori luogo. Non ci sono 500 città come Monaco (Montecarlo) e anche se ci fossero credo sia difficile che lì s' concentrerà la vendita delle Citroen DS.

    Per quanto riguarda invece la domanda proposta, dico che bisogna distinguere tra un brand e quindi un premium price nel settore auto e la stessa cosa in altri settori (tecnologia, vestiti,...).

    La scelta del marchio nel settore auto dipende a mio avviso per l'80% dalla passione della persona e quindi, proprio grazie a questa passione, il soggetto è disposto magari a pagare di più, anche tanto di più, per avere una versione M di BMW, oppure "semplicemente" una Mercedes classe C al posto di una Passat, di una Citroen C5 o di un'A4. Non sono molti i marchi che possono permettersi un premium price facendo leva sull'immagine. Escludendo le sportive (Ferrari, Porsche, Lamborghini...) non so se arriviamo a 8-10 (Mercedes, Bmw, Audi, Lexus, Infiniti...).
    Ci sono poi "vetture status" che esulano dal marchio secondo me: Golf, Mini, 500.
    Personalmente non ho mai scelto l'automobile guardando ad un marchio perchè abbia un "plus" di immagine, ma l'ho sempre scelta secondo il mio stato emozionale, guardando design, motori, tecnologia, linea, ...

    Diverso discorso si può fare per altro, tipo vestiti o tecnologia. Nella tecnologia e nella moda c'è più gente disposta a pagare un premium price per un brand, sia perchè si parla di cifre diverse rispetto alle auto, sia perchè oggi riconosco un plus ad un marchio e la prossima settimana ad un altro, quindi il discorso secondo me è differente.
     
  2. X-Y

    X-Y

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    Trovo incompleta questa definizione perchè manca di un aspetto fondamentale. Dici che "premium indica un prodotto intrinsecamente più denso di contenuti di valore, tecnici, stilistici di materiali o di tecnologia" ok ma manca la parola Qualità che è spesso, ma ultimamente poco, determinante per l'affermazione del Brand. Però per Qualità non mi riferisco come molti fanno alla singola composizione degli oggetti che compongono il bene acquistato, tipo bella pelle, plastiche soft, verniciatura perfetta, leghe sofisticate, cromature, ecc. ecc. Quelli sono componenti che arricchiscono e che danno sostanza al termine premium ma non ne determinato assolutamente la matematica durata e affidabilità che nel termine fondamentale di un prodotto qualitativo è fondamentale, perchè un prodotto se è chiamato "Premium" con le caratteristiche intrinseche specificate deve assolutamente avere. Se no ricadiamo sulla tavoletta del Wc, bellissima in carbonio lavorata a mano mappata per tutte le chiappe...... ma se poi si rompe dopo N volte che la usi è proprio un cesso di tavoletta....hee si però è Wc Premium.
    Non tutti i Brand affermati hanno queste caratteristiche ma a quanto pare a molte anzi moltissime persone non glie ne importa un fico secco perchè quello che per loro è importante è l'immagine indipendentemente dal contenuto. Infatti pochi sanno cosa c'è sotto il loro cofano e un discreto numero non sa neanche come si apre. Un esempio che mi viene in mente è il famoso Samsung Galaxy, si bello un sacco di funzioni, il 5 lo puoi perfino risciacquare sotto l'acqua, ecc,ecc, peccato che poi se ti dimentichi o non riesci a metterlo in carica tutte le sere sei praticamente spacciato, motivo per il quale mia moglie dopo la terza "bidonata" l'ha rivenduto per uno più funzionale, mentre per molti quello e il suo compare Iphone sono dei must. Mi è capitato di partecipare ad un matrimonio di conoscenti benestanti e nel mio tavolo i discorsi erano di questo tipo, testuali parole "Haaa sai mi hanno promossa adesso sono responsabile dei clienti, devo cambiare guardaroba e mi serve anche una nuova auto mica mi posso presentare con la Focus (un anno e mezzo di vita), secondo te (rivolgendosi al marito dell'amica) qual'è la più distintiva un' Audi o la Bmw...." e non mi risultano anche queste siano in cima alle classifiche di affidabilità nonostante il loro costo, ma vendono...
    Oggi il Brand è sopratutto immagine, un esempio è la Opel che a quanto mi risulta non è mai stata considerata, seppur tedesca, al pari delle conterranee. Ma se vedete la pubblicità si avvale del "Brand nazionale" per il quale se una cosa è fatta in Germania è un sigillo di garanzia, infatti nella sue pubblicità pone l'accento sulla frase "E' una tedesca".
    Indipendentemente se piace o no un Brand che racchiude bene tutte le voci è Lexus, prodotto di lusso molto tecnologico e nel contempo affidabile nella quale il cliente riceve in cambio un controvalore pratico ai soldi spesi.
    Ma secondo me un Brand può essere definito, sempre per la definizione fatta prima, Premium anche se dal punto di vista percettivo non ostenta la visibile qualità dei materiali ma che comunque garantiscono durata e affidabilità oltre a tutto l'aspetto tecnologico che lo compone. Un esempio che mi viene in mente, perchè ce l'ho sotto mano, sono le versioni Hsd di Toyota ( Brand Hybrid) indipendentemente che possano o non possano piacere o servire per i propri scopi.
    E' tutta questione di priorità, e le case per vendere ci ( noi ) studiano.....
     
  3. Fringuelletto

    Fringuelletto

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    Per molti prodotti industriali, e quindi anche per l'auto, lo spostamento delle produzioni nei paesi emergenti fa si che si possa produrre in Europa solo a patto di sfornare prodotti con un adeguato margine di profitto. I tedeschi lo hanno capito sin dagli anni '90, e questo è stato il segreto del loro successo. Altri ci sono arrivati solo adesso, e stanno cercando la loro via originale per rimediare.
    PSA ha tirato fuori dal cilindro questa linea DS, che è il meglio che poteva fare con le sue sole forze. Forse, quando i tempi erano migliori, una direzione avveduta avrebbe provato a cogliere le occasioni offerte dal mercato comprando Volvo oppure Jaguar e Land Rover. Acquisizioni di questo tipo avrebbero dato accesso a tecnologie che PSA tuttora non ha e che avrebbero fatto la differenza.
    Oggi purtroppo, le DS possono essere solo auto "normali" con qualche particolare "chic" o sportiveggiante: insomma la linea è quella delle FIAT della famiglia 500. Altro che Alfa o Maserati. Per fare prodotti di quel tipo ci vorrebbero altri pianali, altri motori. Difficile approntarli internamente, con la situazione finanziaria attuale, difficile fare alleanze in questo momento con i cinesi e lo stato francese nella stanza dei bottoni.
     
  4. keyone

    keyone

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    Interessante il parallelo fra la ?perdita di funzione? dell'oggetto orologio e quella dell'auto . L'orologio da tempo :) non marca più il tempo , al quale pensano pc , smart-phone et similia , e l'auto non serve più solamente - ma è mai stato questo il suo unico scopo ? - a sportarsi da un punto A ad uno B , perchè se così fosse si andrebbe in modo univoco e rapido dove la tecnologia oggi può già condurre a passo da gigante : verso specie di cabinovie teleguidate e completamente automatiche sulle vie cittadine , le tangenziali e le autostrade che eliminino ogni intervento umano.

    Gli orologi così hanno accentuato il loro aspetto di monili e gioielli , soprattutto per gli uomini i quali non portano di solito anelli e braccialetti preziosi . L' auto tende invece a sviluppare il lato ludico del suo uso , declinato nelle forme ?piacere di guida? , ?finiture appaganti? , ?gadget qualificanti? come navigatori multicolor e pc di bordo , oggi pure con internet e connettività , soprattutto se di segmento medio ed elevato , ma non solo , perchè oggi il cosiddetto ?premium? è trasversale ai segmenti di appartenenza , vedi gli esempi Mini , Smart e pure la già citata Ds3.

    Ma , mentre l'orologio , battuto dall'elettronica e dalla sua diffusione capillare e miniaturizzata , perde quasi del tutto la sua funzione di segnare il tempo in modo preciso e vira decisamente sul versante ornamento , l'auto conserva il lato tecnologico ben vivo , se non altro sul versante sicurezza e confort . Infatti si può usare tutti i giorni un orologio d'epoca , soprattutto se di buona marca e d'oro o altri metalli pregiati senza inconvenienti di sorta , anzi forse aumentando la sua eleganza formale , rispetto all'uso di un pezzo nuovo. Invece l'uso quotidiano di un auto d'epoca , per quanto affascinante e performante , non è ovviamente consigliabile , oltrechè per motivi di economicità e inquinamento , proprio per motivi di sicurezza , non tanto attiva , in quanto certe veterane si difendono benissimo sul piano dinamico , ma per sicurezza passiva e presenza di accessori ormai irrinunciabili come climatizzatore , abs , esp , traction control , fari xenon o led , luci diurne , air-bag , scocche e abitacoli rinforzati e antiurto ecc.

    Quindi ecco che il brand avrà sempre più rilievo , proprio perchè le auto di qualità accentueranno il piacere di guida e d'intrattenimento , rispetto alle generaliste che penseranno a prezzo e funzionalità. Il Brand sarà quindi sinonimo di auto appagante , ammesso che al nome e alla forma segua la sostanza e il contenuto .
    Ma anche qui qualcosa non torna , chi ha guidato infatti alcune utilitarie con motore 1000 turbo le quali si presentano come generaliste alla massima potenza , come la Fiesta o la Clio , provate e apprezzate da Top Gear per le notevoli doti dinamiche , ma anche Punto e Mito , sa che oggi si può provare piacere anche alla guida di un'utilitaria o giù di lì !

    Certamente tutte , utilitarie e lussuose , sportive o Gt sia di marche rinomate che generaliste , le automobili saranno oggetto di profonda evoluzione nei prossimi anni , sia dal punto di vista della sicurezza ( traffico in rete , manovre di emergenza e di controllo viabilità automatizzate , telecamere , radar ) dove i sinistri gravi tenderanno allo zero , sia da quello della pollution ( trazione elettrica , ibrida , a gas naturale o fuell cell dove anche la nocività tenderà allo zero .

    Almeno io penso che sarà così e che anche lo stile , abbandonando le malinconie e i ripiegamenti sul secolo passato , debba lasciarsi alle spalle definitivamente le forme note e di successo acquisito , per intraprendere nuove strade che sottolineino e agevolino le trasformazioni tecnologiche di cui l'auto è stata e sarà sempre più oggetto.
     
  5. pi_greco

    pi_greco Moderatore Membro dello Staff

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    Mii che prolissità, scusa se sintetizzo, ma la qualità è difficilmente parametrizzabile già per sistemi complessi (come è l'auto) professionali dove sono ben chiari costi e benefici, figurati per l'utente medio italico o al massimo europeo, che nell'auto vede più che altro un oggetto da sfoggiare, per cui comandano le mode... diverso è il discorso negli USA, non a caso un settore in cui l'industria non investe grandi capitali come da noi nell' automotive (non più strategico per loro) ma grandi risorse riversano in tecnologia e farmacologia medicale, elettronica di consumo (infotainment) etcetc, idem per il resto del mondo, ove, non a caso, le vendite sono meno ballerine(si cambia auto per necessità come con un elettrodomestico) e i prezzi molto più moderati
     
  6. pilota54

    pilota54 Moderatore Membro dello Staff

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    Credo che occorra fare dei "distinguo". In campo automobilistico per quanto mi riguarda il brand è quasi tutto.

    Già da bambino ammiravo i marchi che disputavano competizioni: Ferrari, Alfa Romeo, Maserati, Lotus, Abarth, Porsche. Se rivedo la questione oggi, nulla è cambiato nella mia mente, anche se si sono aggiunti nuovi brand nelle corse a livello mondiale, come Audi, VW, Subaru, Seat, Citroen, Chevrolet.

    Io continuo ad ammirare i suddetti marchi, ovvero con tradizione più "antica", con maggiore preferenza per quelli italiani e per la Lotus. E anche negli acquisti di automobili mi sono sostanzialmente attenuto, ovviamente quando ne ho avuto la possibilità, a tali brands. La stessa cosa vale per le parti accessorie come freni e gomme. Brand come Michelin, Pirelli o Brembo per me sono must pressochè imbattibili.

    Quanto alle divisioni interne alla stessa marca (es. gamma DS all'interno di Citroen), non so quanto sia una strategia pagante. Evidentemente per Citroen lo è stata.
    La connotazione "premium" comunque è ormai radicata e percepibile pressochè da tutti gli automobilisti.

    Per quanto concerne altri prodotti, il brand è importante nel campo dell'abbigliamento, anche perchè di solito la qualità percepita e reale di un prodotto "firmato" è molto superiore.
    Non mi sembra invece molto importante nel campo alimentare, dove spesso i prodotti artigianali, locali e/o magari "sconosciuti" come marca a volte sono migliori di quelli delle grandi case, che spesso producono in realtà articoli massificati e di qualità modesta. Comunque in quel settore basta "provare", con poca spesa, ed eventualmente poi cambiare. Cosa che se si fa con un'automobile è ben diversa........................
     
  7. Ilavoratoridellanotte

    Ilavoratoridellanotte

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    Strano che la testata cerchi di pompare Citroen ? questa è una novità inaspettata. :(
     
  8. Overlandman

    Overlandman

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    Purtroppo certi giullari vengono pagati con cifre folli per sparare certi concetti demenziali, che il tempo, da vero galantuomo, puntualmente smentisce.
     
  9. maddeche!

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    Egregio Direttore,
    guardi che una "concessione" di questo genere potrebbe avere risvolti inattesi, specie con gente come me :D

    Non ci crede ? Domandi ai moderatori, poveretti loro.... :lol:

    Beh, vista l'ora sarà meglio che me ne vada in brand... nel lettin.... :D

    Beh, prima provo a dare una risposta quasi seria: penso che il brand, anzi UN brand abbia un buon 25% d'importanza in qualsiasi settore anche solo vagamente tecnologico.
    Nel settore automobilistico il brand mi sembra particolarmente significativo. Probabilmente il 50% di un acquisto é motivato dal brand stesso, il restante 50% viene diviso fra necessità reali, stimoli del momento (moda e tendenze), promozioni più o meno accentuate, eccetera eccetera.
     
  10. Mastertanto

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    Per me personalmente poco, pochissimo, quasi nulla : a parità di contenuti.

    Il che già complica un po' il discorso, perché i contenuti, o la sostanza che dir si voglia, non sono uguali per tutti.

    Per non complicare troppo il discorso, però, e lasciando stare esempi nei settori non auto che lo renderebbero ancora più incasinato, esemplifico : la mia sportiva di riferimento è attualmente la Nissan GT-R, di cui apprezzo non solo le ben note qualità stradali ed il prezzo, ma anche l'impostazione basata sulla sostanza e le qualità pratiche e quindi agli antipodi dello snobismo : cosa percepibile semplicemente sedendosi al suo posto guida ed osservando che ogni cosa è lì per essere usata e/o per dare chiare e molte indicazioni : ed anche quelle indicazioni secondarie che sanno un po' di "giocattolo" (ad es. quella dell'accelerazione trasversale in curva, in "G") sono state messe lì perché piacciono o possono piacere agli appassionati della guida, non perché qualcun altro che nulla sa di vetture sportive pensi o dica "oh ma che raffinatezza, ma che lusso, ma che esclusività, ma come è avanti, ma come è minimalista" ed altre amenità del genere.....

    La GT-R è stata pensata per chi vuole la sostanza e se ne frega se il marchio non è "premium", non è snob : a me piace anche per questo.
    Fermo restando che i suoi contenuti sono formidabili : ed è quello che conta.
     
  11. Karush

    Karush

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    Caro direttore, le scrivo questa lettera dopo aver letto le ultime notizie relative al caso De Tomaso. Le ho inviato un messaggio privato e spero di non approfittare della sua attenzione, scrivendo anche qui.

    Visto che si parla di brand, di marchi, vorrei introdurre fare qualche considerazione a proposito di questo marchio italiano con un passato interessante che non sarebbe bene "buttare" via, distruggendone il valore "immateriale" e dissipando un pezzo di storia automobilistica italiana.

    La vincitrice della gara del 19 marzo, la svizzera L3 holding, dopo essersi aggiudicata l?asta fallimentare del 19 marzo, non si è presentata per il pagamento definitivo, lasciando la cauzione di 57.000 euro.

    La prossima asta fallimentare inizierà con una base di partenza di 580.000 euro, grosso modo il prezzo di un appartamento in centro a Milano...

    Ripensando alla avventurosa parabola della De Tomaso, uno dei pochi marchi automobilistici italiani ancora indipendenti e dotato di prestigioso passato (basti pensare alla De Tomaso Pantera e Mangusta degli anni '60-'70) non ho potuto non pensare alle somiglianze ed alle differenze tra l?industria italiana dell?automobile (e dei suoi marchi di prestigio in particolare) e quella inglese.
    Mentre da noi si è assistita alla progressiva concentrazione di marchi, fabbriche e storie gloriose all?interno di un ?campione nazionale?, conservandolo sì in esistenza ma inevitabilmente riducendo la competitività dell??ecosistema? automobilistico italiano (con la conseguenza della scomparsa di molti marchi, fabbriche e competenze, oltreché opportunità di lavoro), là un drastico e doloroso processo di apertura competitiva ha determinato la nascita di un ?ecosistema? di imprese estremamente vitale ed innovativo, con conseguenze indubbiamente positive dal punto di vista industriale, produttivo e, non dimentichiamolo mai, lavorativo, nonostante la ?nazionalità? del capitale sia di origine straniera.
    Questo senza parlare degli investimenti diretti di case produttive straniere sul suolo inglese, anche queste garanzia di mantenimento e crescita di competenze e talenti nel settore automobilistico, probabilmente l?unico modo per avere un sistema prospero nel lungo periodo, anche grazie a forme di ?collaborazione competitiva? ed informale (tanto per are un esempio, si pensi al caso di "migrazione" di personale, con competenze costruite ed approfondite nel tempo in concorrenti e poi in qualche modo rimesse in circolo a disposizione di tutti, a seguito del naturale avvicendamento e cambiamento lavorativo all?interno di una stretta rete umana e territoriale).
    Solo per are alcuni esempi, Bentley (proprietà gruppo VW), Rolls-Royce e Mini (gruppo BMW), Jaguar-Land Rover (gruppo Tata) ed Aston Martin hanno portato e stanno portando la loro immagine a crescere nel mondo internazionale dell?automobile, proponendo nuovi modelli, aprendosi a nuove nicchie e stabilendo nuovi ?paradigmi? di prodotto.
    Mi viene da pensare al caso emblematico della Aston Martin.
    Famosa in tutto il mondo per essere l?automobile di James Bond, è attualmente uno degli ultimi produttori indipendenti di automobili sportive ed eleganti, dopo essere passata per le mani della Ford (Premier Automotive Group) e poi, riconquistata l?indipendenza, attraverso il lavoro e l?entusiasmo dei nuovi dirigenti si è portata all?attenzione del pubblico mondiale, garanzia unica di esistenza e di futuri successi.
    Oggi la proprietà di Aston Martin è, fra gli altri, anche dell?Investindustrial dell?imprenditore italiano Andrea Bonomi.
    Questa proprietà ha già in passato portato all?affermazione internazionale di un altro gruppo italiano impegnato nella ?meccanica di prestigio?, la Ducati. Il settore motociclistico italiano ha seguito un?evoluzione simile a quella ?inglese? nell?automobile, cosa sicuramente più insicura, instabile, ma anche più ?fertile? ed aperta a nuove opportunità, fatte le debite differenze tra le caratteristiche e le prospettive dei due settori, motociclistico ed automobilistico (il primo meno capital-intensive dell?altro, ma anche caratterizzato da un minore ritorno sugli investimenti e con diverso grado di riconoscibilità sui mercati).
    Ritorniamo adesso al caso della De Tomaso. Nel parzialmente "desertificato" panorama dell?ecosistema automobilistico italiano, c?è una rilevante eccezione: quello del settore delle sportive di lusso-prestigio.
    Ferrari, Maserati, Lamborghini, Pagani ed altri conservano una ?rete umana e territoriale? abbastanza stretta e vitale (la ?Motor Valley? emiliana, tanto per chiarire) che garantisce l?esistenza di un supporto di risorse umane, competenze formali ed informali e, non ultimo, riconoscibilità sui mercati tali determinare una sorta di ?vantaggio competitivo? in questo particolare settore.
    Pensiamo ora al caso della De Tomaso, che indubbiamente negli anni ?60 è nata e si sviluppata in tale interessante contesto.
    Perché non immaginare una acquisizione di De Tomaso da parte di Aston Martin? Mescolare insieme due importanti ?patrimoni genetici? motoristici, quale quello inglese ed italiano, entrambi di lunga tradizione e con ?caratteri? chiaramente distinguibili, a mio modesto parere potrebbe essere una scelta assolutamente vincente.
    L?immagine della sportività elegante e ?British?, con tendenza al lusso di Aston, mentre per De Tomaso l?immagine sarebbe più ?calda?, latina e ?Racer?. Inoltre si potrebbe utilizzare il marchio De Tomaso per le operazioni più "disruptive", quale ad esempio la costruzione di un nuovo SUV sportivo-esclusivo, che garantirebbe probabilmente una risonanza maggiore rispetto al caso si utilizzasse un marchio abbandonato ancora da più tempo, quale "Lagonda" ecc.ecc.
    Poter condividere le risorse necessaria a sviluppare prodotti competitivi in questo settore, declinandoli e ?vestendoli? secondo i propri patrimoni genetici distintivi a mio modestissimo parere potrebbe rappresentare una scelta assolutamente vincente.
    Per quanto riguarda le questioni legate maggiormente alla dimensione produttiva ed industriale, essendo in ballo nel caso De Tomaso anche dei lavoratori ed uno stabilimento, quello ex-Pininfarina, ci sono indubbiamente delle difficoltà (o opportunità?) ulteriori, ma... è forse ingenuo immaginare un investimento nel nostro paese che permetta di recuperare in futuro tali competenze, per metterle a disposizione di un rafforzamento della base produttiva di Aston Martin?
    Qui terminano le mie considerazioni da appassionato, proponendole all?attenzione del pubblico e, chissà, anche dei diretti interessati.
    Chissà se con l'aiuto dell'autorevolezza di questa testata, Quattroruote, si potrà far giungere questo messaggio anche al presidente di Investindustrial, Andrea Bonomi, per sentire il suo parere e la sua opinione.
    Un saluto ed un augurio a tutti di buona Pasqua (non a caso, ?Passaggio? per antonomasia).
     
  12. belpietro

    belpietro Moderatore Membro dello Staff

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    oggi, e non solo da oggi, De Tomaso non è più un "brand" ma solo un nome.
    storico, per certi versi glorioso, ma solo un nome.

    troppo tempo è passato dall'ultima presenza vera, perché il nome stimoli quella percezione nella generalità del pubblico (anche solo in quella determinata e ristretta cerchia di pubblico di conoscitori) che ne fa un "brand" in senso commerciale.
    purtroppo.
     
  13. Mastertanto

    Mastertanto

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    Concordo.

    Chiaro che parlare di marchi potrebbe essere un discorso un po' senza fine, ma il mio scarso interesse per i marchi "di per sé" deriva proprio dal vedere come questi marchi vengano spesso usati (e ceduti a caro prezzo proprio per questo) essenzialmente come specchietti per allodole : scatole vuote, insomma.

    Questo è vero specialmente quando si usa un marchio famoso per promuovere le vendite di oggetti che nulla hanno a che vedere con la storia di quel marchio (tipo Ferrari o MontBlanc per vendere orologi...) cosa questa che io trovo sgradevole, ma tant'é.

    Ma, anche se si vuole solo - più coerentemente - "resuscitare" un marchio, restando quindi entro il segmento produttivo legato al marchio stesso, io personalmente continuo a vedere la cosa con un certo scetticismo : un'automobile sportiva e costosa non è un acquisto così comune e "facile" - anche a prescindere dalle attuali, pesanti difficoltà italiane legate alla crisi nonché al superbollo - come può essere un gadget, ed il suo acquirente penso sappia, nella maggior parte dei casi, cosa c'è dietro il marchio della vettura che compra : la 308 GT4 si vendeva, negli anni '70, anche se era marchiata "Dino" e non Ferrari.

    Analogamente, non è bastato il marchio Bugatti (pur avendo avuto, in un passato sia pure antecedente, un prestigio direi certamente superiore a quello De Tomaso) ad assicurare il successo alla Bugatti EB-110, nemmeno nella limitatissima nicchia delle supercar miliardarie : la Bugatti in mani italiane degli anni '80-'90 è fallita.

    La Bugatti in mani VW d'oggi non è fallita : ma perché ha alle spalle un simile colosso, del quale rappresenta la..... ciliegina sulla torta : fosse stata un costruttore indipendente, ci sono pochi dubbi che l'attuale Bugatti sarebbe fallita di nuovo dati i colossali e costosissimi problemi (e conseguenti ritardi) incontrati durante lo sviluppo della Veyron.

    Ma non solo : mi sembra evidente che, se le Veyron alla fine sono riusciti a venderle, sarebbe ridicolo attribuirne il merito al marchio Bugatti, che non è nulla più che la - pur necessaria - ciliegina sulla torta ; la ragione primaria per cui quel certo numero di miliardari ha comprato una Veyron sta, piaccia o non piaccia, nell'avere la vettura più veloce del mondo, quella dei sia pur irraggiungibili nella pratica 400 km/h, cui il marchio Bugatti ha dato un'opportuna patina di antica nobiltà.... che però, di per sé, non sarebbe servita a nulla, come si è visto nel caso della EB-110.

    La mia opinione pertanto è che, se è vero che molti acquirenti anche di costose o costosissime supercar sono tecnicamente piuttosto sprovveduti, non sono però così ingenui da non saper distinguere tra un marchio che ha alle spalle una solida realtà (come Aston Martin) ed un marchio - e qui replico a Karush - come De Tomaso, che ha avuto un certo prestigio - mai paragonabile, neppure allora, a quello dei migliori costruttori di auto sportive - in anni ormai lontani, ma che oggi non rappresenta nulla più che una di quelle "scatole vuote" di cui dicevo.

    Tant'è vero che, lo dice lui stesso, la cifra in ballo è ridicolmente irrisoria : il che significa che anche il valore "immateriale" del marchio è irrisorio, anzi a dire le cose come stanno è poco più che zero.

    Lucio
     
  14. Mastertanto

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    Hai fatto un po' di risotto tra la passione per i marchi, oggetto di questa discussione, e la passione per gli orologi meccanici (di cui io un po' soffro, tant'è vero che l'ultimo orologio al quarzo che avevo, vecchio di 24 anni ma ancora funzionante, lo regalai, perché non ne uso più).

    Quest'ultima ha molti ed ottimi perché - non perfettamente razionali, questo è chiaro - ma non coincide con quella per i "brand", affatto.

    Lucio
     
  15. Karush

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    Buongiorno a tutti e grazie per le risposte. A differenza vostra ritengo che il marchio De Tomaso attualmente non abbia un valore ?immateriale? residuo pari a zero.

    Un marchio dotato di una certa storia passata porta con sé un bene estremamente raro e prezioso, difficile da trovare: il tempo, la memoria e ciò che ad essa produce nell?immaginario del pubblico.
    Solo così si riesce a produrre la giusta risonanza di marketing in questo settore del lusso, specie nell?ambito dell?automobile (come la storia di Bugatti potrebbe insegnare).

    Per fare un contro esempio, anche se in ambito abbastanza differente, si pensi al caso Qoros ed a tutte le difficoltà incontrate nel proporsi al pubblico, pur partendo da buona base tecnica ed in un mercato ancora in buona parte giovane ed aperto alle novità, come quello dell?alto di gamma automobilistico cinese.

    Mancare totalmente di passato rende difficile imporsi all?attenzione del pubblico, sebbene in buona parte privo di una cultura apposita. Hai inevitabilmente un handicap non indifferente quando devi proporti all?attenzione delle riviste di settore ed al pubblico di appassionati, gli unici che possono produrre un po? di ?flame? per attirare il giusto ambito di clienti.

    Pensiamo, invece, al caso di Borgward. Siamo in questo caso di fronte ad un marchio dotato di una ?storia? significativa ancora più remota rispetto al caso della De Tomaso, ma sta per rinascere, grazie alla ?visione? di un erede ed alla sinergia con un produttore cinese. Forse nella rinascita di Borgward qualcuno sta applicando la lezione appresa dal caso Qoros?

    Nel caso De Tomaso, paradossalmente, a ?limitare? le prospettive di rinascita di De Tomaso sembra il suo non essere del tutto una ?scatola vuota?, quale invece era ormai Borgward: la vertenza De Tomaso porta infatti con se anche lo stabilimento ex-Pininfarina di Grugliasco (dotato di un passato molto recente di eccellenza produttiva!)e quello di Livorno, con i relativi operai in cassa integrazione. Entrambi questi stabilimenti risultano essere ?fuori-scala? rispetto alle prospettive sia di un investitore estero (cinese) che vorrebbe avere semplicemente un emblema da mettere sulle proprie macchine prodotte altrove, risparmiando un po? di soldi per marketing, e garantendosi invece pubblicità e risonanza mediatica altrimenti impossibile da ottenere, ma anche nel caso degli investitori italiani (ATS), dotati di ottimo know-how ma caratterizzati da livello industriale differente (telai di carbonio, artigianato di lusso si potrebbe dire) e quindi non in grado di fornire un adeguato piano industriale per una base produttiva a loro eccedente.

    E? per questo motivo che mi è venuta in mente Aston Martin. Il livello industriale è sicuramente maggiore (si passa dal mondo delle scocche al carbonio a quelle in alluminio, ed a numeri di almeno un ordine di grandezza superiori). Inoltre Aston Martin ha bisogno di crescere, sia la livello di base produttiva che di spettro di prodotti (da anni stanno pensando ad un SUV) per poter rimanere ?competitiva? anche nel rarefatto settore del super-lusso.

    Resuscitare per il SUV un altro marchio inglese, quale Lagonda, caratterizzato da una storia e persino da uno stemma molto simile a quello di Aston Martin, mi sembra possa rischiare di dare al potenziale cliente l?idea di una ?sottomarca?, seppur di alto di gamma, e non rappresentare invece (facciamo questo paragone) un altrettanto raffinato piatto, ?simile? per qualità ma con sapore ben ?differente?, scelto sul menu dello stesso prestigioso ristorante.

    Passare invece a un altro marchio, con differente storia, tradizione e nazionalità (italiana e non inglese), seppur non universalmente noto come Ferrari, Lamborghini o Maserati, secondo me potrebbe dare quella complementarietà e prospettive nuove ad Aston Martin necessarie ad ampliare la potenziale clientela.

    In conclusione a mio parere, un marchio di lusso (o ?brand? dir si voglia), per rimare sul mercato deve avere le seguenti caratteristiche:

    1) passato prestigioso (per garantire la giusta risonanza nell?immaginario del ristretto pubblico di ?addetti ai lavori? capaci poi di generare attenzione anche nel pubblico maggiore);

    2) solide basi industriali (quali potrebbero essere quelle fornite da Aston Martin) per non deludere nel prodotto;

    3) prospettiva futura (modelli che aprono nuove nicchie di mercato: ad esempio un SUV-crossover-grande berlina di lusso e prestigio, caratterizzato da un taglio più sportivo e meno classicheggiante tipico dei marchi inglesi, magari unito ad una piccola sportiva con prezzo di attacco più basso dell?attuale gamma, ad esempio un competitor di Porsche Boxter).

    Questo però è solo il frutto della riflessione di appassionato? Sono curioso di vedere quali sono i vostri contributi e spunti di riflessione, in una sorta di mind-storming interattivo. E poi? sogno sempre l?opportunità di sapere l?opinione del direttore Pellegrini e magari (altro sogno) quella del presidente Andrea Bonomi? tutto per il bene dell?industria automobilistica italiana e di chiunque lavora a contatto di essa.
     

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